Ragoût de Vulvà

Giovedì 18 ottobre 2017.
Quartier generale di Victor.

– Uhhhhhh, questa brucia, Cheffai ti ha inculato!
– Merda. No aspetta, ci dev’essere una soluzione.

In pratica è successo che un mio collega, il malvagio Lord Cheffai, ha fatto una mossa vincente sulla scacchiera della nostra guerra professionale.

Da settimane avevamo iniziato a fare a gara a chi ce l’ha più lungo davanti ai clienti, sul gruppo facebook aziendale, con una discussione su una roba nerd a cui ho tempo di dedicarmi solo perché mi sono licenziato e faccio il freelance depresso che esce a bere tutte le sere.

Fatto sta che il suo ultimo post mi mette in una posizione difficile e – come insegna Schopenhauer ne “L’arte di ottenere ragione” – devo reagire immediatamente e con forza.

– Qual è lo smacco più grande per uno che fa il vostro lavoro?
– Penso sia farsi fottere il proprio nome a dominio.
– Eh?
– Tipo su internet tu puoi comprare qualsiasi sito ti venga in mente e una volta che l’hai preso è tuo per sempre. Quindi se è libero puoi comprare nomecognome.com di chi ti pare e sputtanarlo nei peggio modi perché hai il pieno controllo della sua immagine pubblica.
– Fallo.
– No, è una cosa troppo malvagia.
– Siete in guerra o no? Fallo!!

Controllo. Non ci posso credere, il dominio di Cheffai è libero.
Lo compro. È mio!

Mi metto a scrivere un sito CV totalmente assurdo dove il mio collega racconta la sua storia, dichiarando il suo amore per me e tante altre cose ridicole che lo perseguiteranno per sempre, poi lo pubblico su facebook [lo puoi vedere qui] ed esco a celebrare la mia vittoria.

Ho appuntamento con un’americanina che da piccola si era fatta assaggiare da un rottweiler e ha una piccola cicatrice sulla fronte.

La cosa che adoro delle americanine della west coast è che sono décomplexés.

Voglio dire, come fai a crescere complessata quando hai il sole, la montagna, l’oceano, le noci di cocco verdi e fresche, Trump, lo snowboard, il porto d’armi, la marijuana legalizzata, la sabbia, Hollywood, lo spring break, le tazzone oversize di caffè da Starbucks, un sacco di soldi e l’Adderall?

Non puoi.

Almeno questo è quello che mi ripeto mentre cammino verso di lei.

Hai presente come ti senti quando hai tutte le tue cose in ordine?
Famiglia, amici, polmoni, lavoro, stomaco, casa, banca, i neuroni incastrati come blocchetti di tetris che fanno svanire ogni problema?

Nella condizione originale dell’uomo, imperturbabile e centrato, poche cose costituiscono un problema, meno che mai le donne e i loro slanci emotivi.

Se invece ti licenzi, abbandonando il posto fisso a favore di una partita IVA nello stato più inculatasse d’europa con un padre che disapprova, una famiglia che per vari motivi ha bisogno di te e non sai come aiutare, un compagno di vita che se ne va a Londra, una donna – l’unica su cui hai sempre saputo di poter contare – che sembra molto più felice senza di te che con te, e va a finire che tutte queste cose – tutto sommato piccole e gestibili – ti lasciano con una generale incapacità di ordinare le tue giornate, aggravata dalla consapevolezza che si tratta davvero di cose tutto sommato piccole e gestibili, e allora ti ritrovi a svegliarti alle nove del mattino ma alzarti dal letto alle dieci, a lavorare male di notte, a perdere il passaporto, a dimenticarti gli appuntamenti con gli amici, a non riuscire a mettere i punti, a bere decisamente più di quanto tu abbia voglia e a scopare più di quanto sia necessario con ragazze che poi non vuoi più vedere non per colpa loro ma perché sono lo specchio di tutti i tuoi casini interiori, beh, a quel punto anche il più piccolo dettaglio fa la sua parte, e visto che stai camminando verso una trombata inutile almeno speri che l’americanina della west coast sia tranquilla e che non abbia troppa voglia di lamentarsi della vita e che le piaccia il vino rosso.

Nei momenti di grande caos l’uomo allunga la mano verso la sfera della sua vita che più di ogni altra può ridargli stabilità. C’è chi si butta nel lavoro, chi torna per un po’ dai genitori, chi riscopre la propria spiritualità. Io esco con 3 studentesse americane a settimana.

Il re dei coglioni.

 

 

Ho cercato anche di approfondire il rapporto con alcune ragazze che mi piacevano più del normale. È stato come cercare di appoggiarsi ad un muro di pastafrolla.

Saperlipopette è andata a vivere a Fanculoland e tutte le promesse di rivedersi sono svanite nell’arco di dieci giorni. A nulla è valsa la mia proposta di andare a Fanculoland con lei. Libera. Vuole essere libera, con un altro ovviamente.

La ragazza dell’acqua, che vedo spesso e vedrei molto volentieri ancora più spesso, mi ha detto che si vuole trombare Brodino. Bene ma non benissimo. Comunque di lei scriverò più avanti.

Un’altra brasiliana figlia di Narcos che volevo vedere un sacco e che credevo mi volesse vedere un sacco è sparita nel nulla, cosa che non mi era mai capitata dopo una conversazione come quella che abbiamo avuto noi due, così personale e quasiprofonda. Ennesima prova che, prima del sesso, ogni forma di rapporto con una donna è pura illusione.

– Ma puttana la miseria ladra, ne troverò una normale prima o poi.
– Sono normali. Sono esattamente come te. Pure tu fino all’altro ieri volevi essere libero, trombare chi ti pareva, una tipa e la sua amica. E la tipa zitta perché non vi siete promessi niente. Pure tu sei sparito. Quante cazzo di volte sei sparito?
– Sì, ma non l’ho mai fatto con le ragazze importanti.
– Non sei tu a deliberare della tua importanza agli occhi di qualcun’altro.
– Voglio bere.

Saluto la tipina della west coast e inizio a seguire il protocollo per le deportate da casa Trump che sta tenendo in vita Victor.

Finta degustazione.
Autoironia su quanto sono scarso come sommelier.
Risate.
Seconda enoteca, secondo giro.
Battute stupide.
Da qualche settimana ho collegato tinder all’account instagram di storie del cazzo, quindi tutte le tipe vedono le foto e sanno del blog prima ancora di parlare con me.
La tipa trova il coraggio di chiedermi di storie del cazzo.
Spiego.
La tipa improvvisamente si chiede se scopo così tanto perché non le mostro segnali di interesse.
Le chiedo se è mai stata baciata da un francese in un’enoteca italiana.

«No.», mi risponde.
«Che grave mancanza, dobbiamo porre rimedio.»

La bacio.

– Bravo soldato. Il tuo addestramento è servito a qualcosa.
– Non so nemmeno quanti anni ha.

Ne ha 20.
Gliene davo almeno 25.
È vestita molto bene, di classe. Io sembro un clown e sono spettinato. Sta seduta perfettamente dritta perché sua madre le piantava uno spillo nella schiena quando si ingobbiva a tavola. Ha fatto danza classica e ne riporta le movenze nel modo in cui prende il bicchiere e lo porta alla bocca. Non tocca neanche un’oliva di quelle che ci hanno messo sul tavolo.

– Ti piace, non venirmi a raccontare cazzate.
– Sì ma non mi interessa… È una ragazzina di 20 anni che sta qui per due mesi a studiare e a sbronzarsi, che me ne faccio?
– Te ne fai che la smetti di essere una fighetta e fai divertire me!
– Non chiedermi di fingere interesse, non ne ho voglia.
– Mai chiesta una cosa simile.

«Senti, adesso hai due scelte.»
«Ah, solo due?»
«Sì, solo due. O ti riaccompagno a casa, e nulla, ti ho riaccompagnata e basta, oppure vieni da me, stiamo insieme ancora un po’ e magari ci beviamo qualcos’altro e fra un’oretta ti riaccompagno io in macchina. Cosa scegli?»
«Beh, io domattina ho lezione, ma visto che non mi voglio perdere niente dell’Italia, e tu rientri in questa definizione, scelgo la seconda.»

Solo una ragazzina senza complessi della west coast può dare una risposta del genere ad un ragazzo complessato italiano.

Andiamo verso casa. Lei, da brava americana, è già nuda, quindi le metto la giacca sulle spalle. In casa lei magari si aspettava di essere sbattuta sul letto, invece metto su la musica, mi verso un gin e fumo una sigaretta.
Vorrei quasi che fosse lei a trombare me.

– Ma Cristoiddio che checca che sei! Ma la vuoi trombare poverina che questa è venuta in Italia apposta e non aspetta altro?

Ci siamo incontrati alle nove e mezza, a mezzanotte eravamo in camera. Sarà la quinta serata così in due settimane. Mi servono dei dettagli per notare differenze. Ad esempio, questa ragazza aveva la pelle più morbida che io avessi mai accarezzato in tutta la mia vita. Sembrava di far scivolare la mano su una distesa infinita di crema ammorbidente Dove perfettamente assorbita da una specie di tessuto magico. Era talmente morbida che non riuscivo a non affondarci le dita dentro, per sentire i muscoli, i tendini e lo ossa sotto e ricordarmi che era un corpo vero.

Unico problema: ha il ciclo. «Una perdita moderata», dice lei, senza che le avessi chiesto di specificare.

– Porca puttana ho cambiato le lenzuola stamattina…
– COSA CAZZO HAI DETTO?
– Dai, le devo rilavare da capo, e piglia lo smacchiatore, e fai la lavatrice a 90°, e rimetti lo stendino in salotto, cheppalle!
– TI STACCO LA TESTA SE PENSI ALLE LAVATRICI QUANDO C’È DA SCOPARE

Boh ormai mi scocciava dirle di no e avevo abbastanza voglia di scopare quindi alla fine trombiamo e la cosa migliore di lei era davvero la pelle. Ad metà della nostra avventura però la metto a pecora e in pratica il suo culo è un po’ come se avessero fatto esplodere un petardo dentro un melograno. La chiappa destra sembra dipinta da Tarantino.

 

– Eh la madonna! Mi sa che le ho stappato qualcosa dentro.
– Ti stai forse lamentando?
– No no, è solo che ci puoi fare il ragù con tutta questa roba!

A una certa finiamo e le dico: «Vado a nascondere il preservativo in camera di Coinquì.» e esco dalla stanza per andare il bagno.

Nel corridoio mi ricordo che devo assolutamente dirle di non mettersi a sedere sul letto perché mi sa che non si è resa conto che ciò comporterebbe la morte delle mie lenzuola perfettamente bianche quindi faccio un 180 e torno in camera.

Si è già messa a sedere sul letto.
Immagino un boeing 747 che atterra su una distesa di pulcini.
Faccio un altro 180 e torno in corridoio.

Immagino un elicottero che accende le pale in un recinto di giraffe.
Quando torno, lei si è rimessa le mutande.

«Ma ti sei già rimessa le mutande?», dico fra il basito e lo sconcertato.
Lei si alza e mi viene incontro.
«Sì, ma si possono togliere facilmente se vuoi…», dice, e mi dà un bacio.
Immagino di fare scarpetta col perizoma.

– Urgh, che schifo! Che schifo fottuto!
– Ahahaha tosta lei, peggio di quando Sbrìnci ti disse che c’aveva il ciclo tipo fegatini di pollo.
– Maremma maiala ma come ti salta in mente di rivestirti tutta piena di mestruo senza essere andata in bagno bleeeueueuhaha.

Sento i muscoli della faccia che si tirano verso il basso mentre le sopracciglia si contorcono come se volessero nascondersi dentro la faccia per la vergogna.

Le dico che ho sonno che devo andare a letto che lei domani ha lezione e che dovrebbe fare altrettanto. Cerco una enjoy e non c’è, cerco una car2go e non c’è, cerco un taxi e c’è.

La vorrei invitare a documentarsi sulle buone pratiche da seguire in seguito al sesso in generale ma soprattutto al sesso con ciclo o al sesso anale o a qualsiasi tipo di sesso dove non possiamo fare altro che essere grati all’inglese Thomas Grill per aver inventato i rubinetti nei primi anni dell’800, ma lascio perdere, la saluto e la bacio.

1:40 am. Quartier generale di Victor.
Sono solo.
Controllo il letto.
Posso dormire solo nella metà ovest del materasso.
L’altra metà sembra una scena di guerra.
Noto un’ironica somiglianza con la mia vita vera.
La cosa più intelligente da fare sarebbe sistemare subito la cosa e mettere a lavare tutto subito, ma chissenefrega.
Spengo la luce.
Mi occuperò di tutto questo casino domani.

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