Un appuntamento perfetto che due anni fa mi avrebbe mandato in bestia

Immagine di copertina by sashajoe su deviantART

Venerdì sera.
Ho una bottiglia di Ribolla Gialla in mano e sto andando a casa di Brodino.
Una volta arrivato, in poco tempo il vino si mescola al Rhum venezuelano e alle chiacchere.
Mi arriva un messaggio su Tinder.

Una tipina mi rivela che è la sua ultima sera a Firenze, poi mi chiede se per caso io conosca il nome di un buon locale e, infine, di darle il mio numero di telefono.
Una progressione niente male. Una dissoluta trinità virtuale.
Guardo le foto.
Sono piuttosto “artistiche”, di quelle dove l’immagine è bella ma la ragazza boh.

«Oh, ma secondo voi questa qui è figa?», chiedo.
«Sembra Vietnamita, o comunque orientale.», dice Brodino.
«Sì, è vero, spero solo non sia una cicciona sotto mentite spoglie.»
«Dai qui si vede che è magra.», dice Say My Name.
«Ho capito, è un ladyboy Tailandese!», sentenzia Brodino.

Ora, io francamente per adesso i trans tailandesi li eviterei anche. Sennò poi a 50 anni cosa faccio, quando mi sono annoiato della vita?
Solo il Pianista ci ha provato. Riporto un breve estratto di quella serata:

Il Pianista: «Oh, ma secondo te ‘ste ragazze son trans?»
Il Tassista: «Dio bono! Certo che son trans!»
Il Pianista: «Cazzo, e ora che faccio?»
Il Tassista: «Eh, te le trombi!»

Chiusa parentesi.
Se volete sapere com’è andata a finire, chiedete a lui.

Per evitare di finire nella stessa situazione, lascio il mio numero e il mio nome completo, presentandomi. Basta che lei faccia lo stesso e ci aggiungiamo su facebook. Mi arriva un messaggio su whatsapp: «Ciao, sono Lena di Tinder!»

 

rabbia
Mannaggia la miseria ladra.

Se c’è una cosa che ho imparato del tira e molla, è che appena una ragazza capisce che vuoi qualcosa, qualsiasi cosa, tendenzialmente te la farà sudare e ti romperà i coglioni, perché è nel suo DNA.
Quindi le mando un vocale in cui le dico, in sostanza, che sono da un amico e che esco fra un po’, forse.

Mi risponde con un vocale.
Mi dice che non capisce l’italiano.
Riascolto il mio. Le ho parlato in italiano.

– Sono un ritardato.
– Però la voce è da donna!
– Già!

Ci rifisso nella lingua giusta.

Ci sono delle serate, nella vita di un uomo, in cui devi lanciarti nel vuoto, sperando di atterrare su un paio di tette grandi e morbide. A volte si tratta di andare ad approcciare quella figa che sembra inavvicinabile, altre volte devi scendere da un taxi per rincorrere la donna che vuoi, altre volte devi provare a dare quel bacio anche se sai che un rifiuto ti farebbe più male di una passata di silk-epil sulle palle. Nel mio caso, essendo io principalmente un tinderista, si tratta più spesso di sperare che la ragazza in questione non si sia photoshoppata le tette.

«Vabbè, io vado.», dico.
«Hai sentito? Hai appena assistito alla nascita di una nuova storia!», dice Brodino a Vagiullo.
«Ah… Mi raccomando, trombatela DI SICURO!», aggiunge subito dopo.

Esco toccandomi le palle.
Le scrivo su whatsapp.
Una spunta sola.

Non c’è più?
È morta?
È entrata nella stanza blindata dove mi porterà dopo avermi drogato per rivendermi come schiavo sessuale sul mercato nero?
È già uscita di casa per andare in piazza della Repubblica?
La gufata di Brodino è talmente potente che m’ha fatto saltare l’appuntamento in meno di due minuti?

La quarta è la più probabile.
Arrivo in Repubblica col passo felpato. La vedo. Passeggia quasi nervosamente davanti a Hugo Boss. È magra e con i capelli lunghi. Troppo alta per essere cinese o giapponese. Mi faccio strada tra un gruppo di giapponesi col selfie stick e uno di ragazzini randagi coi risvoltini senza farmi vedere.

mad stealth spy skill

Tipo così

– Potrebbe effettivamente avere il pene.
– Lo sai vero che se è un trans, ti giri, inizi a correre e non ti volti mai più indietro, vero?
– No vabbè, sai che imbarazzo, con tutta la gente intorno… Come minimo saluto, faccio il ragazzo educato.
– No, corri e basta.

Mi avvicino.
Sette metri.

– Ancora non mi fido.
– Che ansia.

Cinque metri.

– MA PERCHE’ LI FANNI TUTTI UGUALI ‘STI CAZZO DI CINESI?

Due metri. Eye contact.

– Ormai non si torna più indietro.
– Ti prego fa che abbia una vagina!

«Hi Lena!», dico.
«Hiiii!», risponde lei.

– È femmina!
– Siiiiiì!

Lena è mulatta, ha gli occhi a mandorla, scuri, montati su un corpo da europea. Viene dal Kazakistan. Precisamente dalla regione del Saryagash, famosa per essere vicino all’Uzbekistan al Kirghizistan e al Tagikistan.

«Sì sì, certo! Io a Risiko ci facevo il peggio devasto coi carri armatini in quelle zone là!», le dico.
«Ti farei un culo come una capanna, se mi sfidassi a Risiko!», risponde lei, guadagnando tipo +180 punti Kudos in due secondi.

Lena è cresciuta fra sette fratelli, ma ora vive a Berlino, lavora come cameriera in un ristorante e vorrebbe avere un pisello perché è uno strumento molto più divertente di una vagina.

«Come scusa?»
«Sì, il pisello è divertente, ci puoi fare un sacco di cose! La vagina sta lì ed è solo fonte di problemi, tipo bambini eccetera.»
«Ahahah ma lo sai che proprio stamattina mi sono allenato a fare l’elicottero col pisello in doccia?»
«Ma come stamani, quanti anni hai?? Ti prego non dirmi che sono uscita con un minorenne…»
«Ne ho due più di te, bella, e comunque è una cosa che ogni tanto devi riprendere! Sennò ti dimentichi e, nel momento del bisogno, non ti viene bene.»
«Ah sì? Beh, immagino che questa sia una di quelle cose che non puoi capire se non hai un pisello.»
«Guarda, io al mio sono particolarmente affezionato, sennò te lo prestavo per allenarti.»
«Ma che me ne faccio del tuo! Io ne voglio uno mio.»

Ci conoscevamo da cinque minuti.
Cinque.
Per chi è di Firenze, il tempo che ci vuole per arrivare da Repubblica al Porcellino (a rileggerlo, forse i nomi delle piazze di Firenze non sono messi a caso).
Cinque minuti per riposizionare metà delle fiorentine da “ragazza da scoprire” a “che palle di donna”.

La porto in San Frediano.
C’è una quantità veramente vergognosa di gente. Mi piace.

Il primo bicchiere di vino finisce senza che ce ne accorgiamo nemmeno.
Poi tocca a un Gin & Soda e un Moscow Mule; questo giro si offre di pagarlo lei, senza che glielo avessi chiesto.

– Continua a sorprendermi.
– Tu vai avanti così che sento un buon feeling. Poi ci penso io a sorprendere lei.

Dopo un tot, provo a prenderle la mano, ma la ritrae. Avrà già capito le mie intenzioni semplicemente dal modo in cui la guardo. Le donne vedono un sacco di segnali sottili e quelli che non vedono se li inventano.
Evito il contatto fisico, mentre continuiamo a parlare principalmente di differenze fra i sessi, evidenziando come essere uomo sia indiscutibilmente meglio che essere donna.

Tranne per una cosa.

«Quando sei un uomo, sei scontato.», dice Lena.
«Cosa intendi per ‘scontato’?», chiedo.
«Che, se dipendesse da te, sapremmo già come andrebbe a finire questa serata.», dice.
«Perché potrei cercare di portarti a letto? È vero. Specialmente visto che è la tua ultima sera qui. Però non lo farò.»
«Perché no?»
«Perché ancora non sei abbastanza presa. Lo sento. Ci stiamo piacendo, ma ci conosciamo da troppo poco tempo e non ti fidi di me. Non credo che stasera faremo sesso. Però possiamo restare fuori a bere e a ballare. Mi va bene lo stesso.»

– Non va bene un cazzo!
– È una mezza verità, stai calmo.
– Ma non puoi essere più diretto?
– No. È una cosa che piace solo in teoria.

Tempo fa sono uscito con una ragazza che legge il blog e che m’ha rinfacciato di dire sempre le stesse cose alle ragazze.
Incidentalmente, pure lei, in quel momento, nonostante avesse letto tutte le mie storie e sapesse un sacco di cose su di me – mentre non era vero il contrario – non si fidava.

Ma cazzo di Buddha! È come chiedere ad un cieco se è cieco tutti i giorni o se lo è solo ogni tanto. Se una fa la timida, le dirò che fa la timida, che cazzo dovrei dire di diverso? Invece che chiedere a me perché dico le solite cose, le donne dovrebbero chiedersi perché si comportano tutte nello stesso fottutissimo modo.

O semplicemente accettare il fatto che non siamo così unici, speciali e diversi.
Che quello che ci hanno fatto credere quando ci tiravano su non ha senso, perché poi ci hanno storditi in classi dove insegnavano a tutti le stesse cose, sugli stessi banchi, per ubbidire alle stesse leggi, andando a fare gli stessi lavori,  fino al sopraggiungere di malattie da trattare con le stesse medicine per poi finire dentro a tombe tutte uguali, ammassate negli stessi cimiteri.

Lena non risponde.
Però finisce il drink mentre riflette sul fatto che ho appena messo sullo stesso livello il mio interesse per la sua vagina con quello per un altro Gin & Soda.

«Cosa vuoi da bere?», mi chiede.
«Ah, perché, bevi ancora?», le dico.

 

senvrmnd

Pffffffft

Ok, bevo.

Shot di Jagermeister. Poi un Gin fizz per me, e una 7 luppoli per lei.

– Se continuiamo a bere così tanto, questa la faccio chiavare a Coinquì.
– Taci e festeggia!

Vado in bagno e, quando torno, lei si sta facendo uno shottino di vodka con il barman.
Lo guardo.

– Che cazzo fa oh, guardalo brutto!
– Abbozzala, penso c’entri più lei di lui.

Mi guarda.

«Lo vuoi anche te?», mi fa il barista.
«No, grazie! Bevete pure.»

«You’re a pussy!», mi dice Lena, allontanandosi dal bancone.
«Senti, l’ho capito che te vorresti scambiare il mio pene con la tua vagina, ma mi dispiace, lo puoi avere solo per un po’ e se continui a farmi bere così tanto, nemmeno quello.», le dico.
«Non dureresti una settimana, a Berlino.», sentenzia.
«Ah sì eh? Vieni con me.»

Porto lei e i due drink in pista.
Una pista minuscola, stracolma di figure eccitate dalle note di una chitarra elettrica.
Il ragazzo sul palco ci sa fare. Non ci si gira. Non si respira.
Non possiamo fare altro che seguire l’ondeggiare della folla, appiccicati l’uno contro l’altra. Siamo in trappola.
La bacio.

 

 

Sono le due di notte.

Ci scommetterei le palle che è andata apposta a pigolare dal barman, e che non avrebbe mai bevuto lo shot con lui prima di vedermi uscire dal bagno.
O forse sono solo un egocentrico del cazzo e lei è un’alcolista.

Comunque per ora l’appuntamento è stato perfetto. Un tira e molla bilanciatissimo, da entrambi i lati. Quel tanto che basta per farti venire voglia senza eliminare la tensione, con perculate reciproche molto piacevoli.

Dopo poco, la serata finisce ci ritroviamo fuori e fa un cazzo di freddo becco.

«Dove vuoi andare?», dice Lena.
«Guarda, fa freddo e gli unici locali aperti a quest’ora sono delle discoteche in cui non ho voglia di andare. Vieni da me, ci facciamo un ultimo drink a casa mia, poi ti chiamo un taxi e torni in albergo.»
«Ah ah ah.», dice lei.

Questo è il momento. La mia risposta determinerà se quella sera finiremo a letto o no.

Non dico niente.
Cammino.
O mi segue, o resta da sola davanti al locale chiuso. In ogni caso, non resterebbe sola per poco.
Lena mi prende per il braccio e inizia a camminare accanto a me.
Ora, a me il silenzio piace, e sono anche un campione delle battaglie di sguardi. Però, penso anche che l’unico momento in cui un silenzio possa definirsi imbarazzante è quando stai camminando con una tipa verso casa ed entrambi sapere che state andando a scopare.

Il logorroico che è in me ci accompagna fino a sotto casa mia. Apro la porta mentre continuo a parlare. Non mi ricordo neanche cosa cavolo stavo dicendo, tipo che mi fanno schifo i krauti e che in Germania non sanno cucinare, e nel mentre entro nel palazzo come se fosse la cosa più naturale del mondo.
In effetti, non c’è altro da fare. Sono le due e qualche, o sale o io me ne vo’ a letto.

Sale.

Una volta in casa, cerco di convincerla ad entrare in camera di Coinquì per dirgli ciao, ma fallisco.
Le faccio fare il giro della casa, che dura esattamente trentasei secondi e finisce in camera mia.

La butto sul letto.
Si alza e mi dice che deve andare in bagno.

– Ottimo segno.
– Signore, mi complimento con lei per lo svolgimento di questa missione.
– La ringrazio, Maggior Palle, affido a lei il proseguimento delle operazioni.
– Non la deluderò.

Mentre svariono fra i fumi dell’alcol, mi ricordo che devo allontanare il letto dal muro altrimenti mi appare in camera il vicino di casa in una nuvola di fumo per prendermi a calci in culo mentre scopo.

Lena torna senza pantaloni.

«Ma sei senza pantaloni!», le dico. (La mia capacità di osservazione ha dell’incredibile)
«Ops. Me li sono scordati.», dice.

Scopiamo non una, ma ben due volte, svegliando non solo i vicini, ma pure Coìnqui e probabilmente anche il barbone che dorme dietro casa nostra.

odio
C’est l’amour

«Io devo tornare in albergo.», dice Lena.
«Te sei pazza.», le rispondo.
«Posso dormire qui?», mi chiede.
«Devi.»

Il giorno dopo, apro gli occhi e lei non c’è più.

Due anni fa avrei fatto di tutto per rivederla.
Per non perderla. Per ripetere una serata come questa.
Sarei stato appiccicoso, insistente e pesante.
L’ho fatto, reiterate volte, prima di capire che, alla fine, il potere ce l’hanno sempre e comunque le donne, e che anche quando spariscono, non potranno mai toglierti più di quello che ti hanno dato.

Lena ha dimenticato gli orecchini da me.
Le ho scritto che quando vorrà, potrà tornare a riprenderseli.
Li conserverò a lungo.

Lascia un Commento

53 Commenti su "Un appuntamento perfetto che due anni fa mi avrebbe mandato in bestia"

 
wpDiscuz